Torre - Non riuscivo a vedere nient'altro che mare e gabbiani immobili appiccicati sugli scogli, come statue. Io con lo sguardo un po' accigliato, affaticato, contrariato per le gocce di pioggia sul vetro del treno, nere come vernice o come fango piovuto dal cielo. Alberi rinsecchiti e un sole bianco un po' spento, brucia come una pellicola e sbianca quello che c'è intorno. E poi le case dopo la galleria. Tutte ammassate, promisquamente assemblate, cucite come un vestito su montagnette di pietra. E grattacieli sull'altra parete e per finire fiumi di binari che si intrecciano e giocano e poi si staccano per allinearsi e infine entrare nella stazione di Napoli. Arriva il tizio dei panini con la sua solita cantilena, via vai di gente e di "prego" e altre voci chiassose e squillanti e tutti che vogliono venderti qualcosa; cd, calzini, una moneta per mangiare, e no, nessun paccotto, un bracciale d'oro in mano a un tizio con gli occhiali, caffè caldo - acqua - panini con voce nasale, a Napoli è così, non c'è niente di strano, non scomponetevi, è tutto normale. Cinque minuti alla stazione di questo posto un po' foresto un po' familiare. Poltrone blu tirate a nuovo nell'intercity plus, resto seduta dove sono, carrozza dieci - posto 45 - finestrino. Il via vai di venditori e tintinnio di monete finisce solo quando si riparte, il treno torna indietro ma si va avanti, piano, piano...ma si va avanti veramente? I fili elettrici sembrano un pentagramma sul cielo grigio, pieno di scarabocchi, mentre ritorno e scrivo su un cellulare scarico , senza una penna, senza la voglia, senza capire che cosa frulla. Mentre il paesaggio scorre e la pupilla lo segue veloce, il Vesuvio si allontana, col suo gonnino fatto di case. Arrivederci, Napoli, non ti conobbi mai eppur ti giudicai. E ti abbandono in punta di piedi, senza lasciarti una possibilità. - Casoria